Caserta 22 Aprile 2018

Il termine ego (dal latino “ĕgo”) viene utilizzato in psicanalisi con il significato specifico di “io”. Si tratta infatti della sostantivazione del pronome latino ego, utilizzato da Freud per descrivere la tripartizione della psiche in Io (Ego), Es (Id) e Super-Io (Super-Ego). Si tratta per Freud dei tre luoghi psichici del soggetto, ovvero di quelle istanze che compongono il modello strutturale dell’apparato psichico: l’Es (o inconscio) è la parte istintiva, irrazionale e animalesca dell’uomo; il Super-io è la coscienza morale, la parte che tende a reprimere gli impulsi dell’Es, mentre l’Io, o Ego, è ciò che sta tra l’Es e il Super-io, adibito a mediare tra le due tendenze.

In psicologia, l’Io è quindi quell’istanza (struttura organizzatrice) che ha il compito di mediare pulsioni ed esigenze sociali ed è quindi deputata al contatto ed ai rapporti con la realtà, sia interna che esterna. L’Io organizza e gestisce gli stimoli ambientali, le relazioni oggettuali ed è il principale mediatore della consapevolezza: è il gestore centrale di tutte le attività psichiche, che rivolge verso sé stesso e verso l’ambiente esterno, generando la consapevolezza propria e della realtà. L’Io è quindi sede dall’identità di genere, dalla volontà e dalla personalità.

Dopo questa piccola escursione su percorsi filosofici, torniamo al punto cruciale del discorso, ossia abbiamo raggiunto il secondo posto in una gara altamente partecipata come la Flik Flok di Caserta e questo deve esaltare a dismisura il nostro Ego. Ogni tanto fa bene però tornando con i piedi a terra, che poi è quello che facciamo poichè corriamo, anche lo spirito di squadra è stato ulteriormente rinforzato ed ora avanti su questa rotta. Quale poi sia stato il tuo ego-io narralo te............

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L’attaccamento alla maglia è un termine che sovente si sente in ambito calcistico ed è associato alle “bandiere” della squadra, ovvero quei giocatori che rinunciano a lauti ingaggi da parte di altre società per continuare a vestire gli stessi colori sociali che fino a quel momento hanno avuto indosso.
In ambito podistico, specie in quello amatoriale, non esistono ingaggi, né tantomeno esistono compensi che possano equiparare i due mondi sportivi. Siamo una società amatoriale, innanzitutto, e chi decide di tesserarsi con noi lo fa esclusivamente perché è un amante della corsa.
Uno degli insegnamenti che ho avuto da chi mi ha preceduto in questa società è stato proprio quello di “onorare” la canotta che avevo indosso in ogni gara. Una divisa che negli anni è cambiata, di forma, di colore, di aspetto ma il logo che porta sopra è il medesimo e si legge sempre lo stesso nome ASD Atletica San Nicola.
Ricordo ancora oggi, a distanza di tre anni circa quando mi accingevo a correre la mia prima gara con la squadra, vestivo una canotta “anonima”, una di quelle che si trovano in qualsiasi negozio sportivo, per prendere parte ad una gara di “vinelle” (cit. Nuzzo). Un compagno di squadra, (e conoscente nella vita), riconoscendomi lì in quel posto, nel vedermi senza la divisa ufficiale mi chiese come mai fossi sul posto e a sentire che correvo con la società fu da un lato contento di un nuovo ingresso in squadra, ma da un altro lato, a dire il vero, le sue parole furono tutt’altro che cordiali in quel preciso istante. Inizialmente proprio non comprendevo questo atteggiamento nei miei confronti, poi però ci dirigemmo al riscaldamento e non diedi più peso a quelle parole. In realtà corsi senza neanche prestare neanche tanta importanza a quelle parole, ma non potei eludere le “frecciatine” dello stesso atleta quando arrivai al traguardo.
Dopo tre anni di corse questo argomento mi ritorna alla mente ed è frutto dei pensieri emersi nella gara che è andata in scena nella giornata di ieri. Ed in realtà ieri c’è stato il resoconto di quelli che sono stati i pensieri affiorati questa settimana o se vogliamo negli ultimi 10 giorni quando si è profilata l’idea di non correre più per la mezza maratona, (che molti di noi avevano ormai preparato), ma di sfidare le altre squadre presenti sulla 10km.
Io, lo ammetto sono stato uno dei primi a non capire l’approccio in questo cambio “volante” di tattica, (se vogliamo chiamarla così), ed ho faticato non poco per accettarne il senso, tuttavia notando che molti degli atleti della squadra erano compatti ed orientati in questa iniziativa mi sono uniformato all’idea dei 10.000 metri corsi con la canotta piuttosto che una 21km corsa come RunCard. Scelta giusta ? Scelta sbagliata? Francamente non sapevo rispondere alla domanda, tant’è vero che sabato incurante della gara domenicale mi sono regalato un ulteriore allenamento in vista delle settimane future.
Ho incominciato ad avere risposte alla mia domanda quando di prima mattina Luigi Petrella ci informava su Whatsapp con la  foto della sua auto senza ruote prima che probabilmente non avrebbe corso ma che comunque ci provava a venire e solo dopo neanche 5 minuti ci ripensava scrivendoci che “per il potere conferitogli dal possedere l’auto aziendale sarebbe venuto prima a correre e poi sarebbe andato di corsa sempre fare la denuncia”.  Ulteriori risposte mi sono giunte nella mente mentre  scorrazzavo per quei 10 seppur non lunghi ma caldissimi ed afosissimi chilometri pieni di saliscendi, infatti al quinto km mi imbatto in un cavallo di razza come Nicola Lagnena, (ribattezzato più tardi da nonno Maiello come Vincenzo),  con il quale avevo già condiviso la gara della domenica precedente, questa volta però senza neanche parlare (perché non avevamo la forza), ci guardiamo in faccia e decidiamo di andare via insieme finché gambe non ci separino e così è stato fino al sesto km e mezzo circa, quando oramai sfiancati dal falsopiano che ci vede protagonisti tutti i giorni arriviamo al sottopasso che segna il settimo km e lì lo perdo sulla risalita, mi volto indietro x vedere la sua posizione, ma capisco che ha bisogno di recuperare, così procedo col mio passo.
Un passo che improvvisamente tra sottopasso e cavalcavia, tra caldo ed umidità, perde di freschezza ed agilità e così all’ottavo km vado fuori giri ma vedo davanti altre canotte gialle e penso che se le posso vedere in lontananza posso anche correrci a fianco, considerando che sono canotte amiche, pertanto allungo di nuovo il passo e poco dopo l’inizio degli ultimi due km raggiungo Miccolo che appare un po’ stanco ma mi fa cenno di non aspettarlo in quanto non aumenterà l’andatura perché già è al 98% della sua soglia anaerobica, (e poi, in realtà, si scoprirà che la sua era tensione per la partita serale che magicamente gli andrà di traversoJ), così con il mio ritrovato passo vado avanti fino all’ingresso in Reggia, quando all’improvviso da dietro mi arriva quasi addosso il solito cavallo di razza Giovanni Izzo che al mio invito a proseguire insieme fino alla fine si ferma per attendere il nonno Maiello che insieme a Mandarino avevano stretto un patto di non belligeranza per la giornata e lui da uomo d’onore lo ha rispettato in pieno, fermandosi addirittura per attendere uno dei suoi più acerrimi nemici nelle gare domenicali. I due arriveranno insieme al traguardo mano nella mano come nella migliore tradizione podistica trascinandosi con se Miccolo a cui hanno dato un passaggio per strada.
L’ultimo km era ormai entrato nel vivo quando mi imbatto in un folletto dalla canotta azzurra che, non conosco, ma che dopo avermi raccontato del trasloco del giorno precedente, della moglie e delle sue 4 figlie e dei due cani che tiene a casa, si complimenta con me per il passo tenuto e mi regala una perla di saggezza che penso porterò nel cuore a vita :”Ma che ce ne fotte dei tempi tanto l’importante è che ci divertissimo, pens a me che sto a ccà deret quan ncopp o riecmil tengo 38” e così quasi stupito della sua enorme capacità linguistica mi accorgo che mi invita a seguirlo per la volata finale di fronte alla quale, io che già ero al 110% della mia soglia anaerobica, (ultimo km 4:05 m/km di media), lascio egregiamente andare sua maestà “Grammatica” e mi preparo al mio personale volatone finale passando dal sole cocente al tanto atteso fresco della galleria della Reggia alla fine della quale mi venivano consegnati i miei 10000metri ed un tempo che ben mi fa pensare e sperare per le prossime settimane.
Neanche superata la linea del traguardo incrocio Romeo Gatto che subito mi fa cenno della sua presenza e mi fa i complimenti per la gara (lui sa dell’allenamento del giorno precedente) e poi via via arrivano tutti gli altri, i 3 moschiettieri di giornata: Maiello, Miccolo, Izzo con i quali ci complimentiamo a vicenda, ma lì ad attenderci ci sono anche gli altri con i quali ci confrontiamo e complimentiamo e subito a chiedere dove siano quelli che ancora devono arrivare e allora andiamo ad attenderli al traguardo e man mano che arrivano i complimenti ricevuti da chi ci ha preceduto sono tutti per loro.
Ci andiamo a cambiare e sopraggiunge anche la notizia dell’arrivo della Perillo al traguardo nonostante il malore che l’ha colpita lungo il percorso ma che non l’ha scalfita ed è riuscita a portare a casa il suo risultato.
Ritrovo al cambio il presidente ed il capitano che mi chiedono come sia andata (anche loro sanno della pazzia del giorno prima) ed al mio cenno che è tutto ok strizzano l’occhio in cenno positivo ma l’argomento di giornata oramai è la classifica generale a squadre per la quale abbiamo corso e quindi con il trascorrere del tempo e all’aumentare della temperatura, per via di un sole che ha riportato l’estate in una giornata di primavera, sale anche la tensione e tutti ci domandiamo dove siamo finiti, se siamo ancora quarti come alla partenza o abbiamo realizzato qualche cosa di importante visto che siamo partiti ed arrivati in 42 al traguardo.
Dopo poco più di un’ora il presidente mi informa che siamo secondi superando di gran lunga le attese e le aspettative di giornata, secondi dietro un mostro sacro dell’atletica casertana quale è la squadra di Maddaloni, (73 atleti in gara) ed addirittura che incominciano ad arrivare dalle altre società attestati di stima, ma che a me sembrano più una presa di coscienza che adesso nella provincia c’è una nuova “squadra fortissimi” che conta e che può dire la sua: “ ASD Atletica San Nicola”.
 
Cosa c’entra in tutto questo l’attaccamento alla maglia ? Bè diciamoci la verità se non ci fosse stato attaccamento ai colori della società molti avrebbero gareggiato singolarmente mettendo le loro energie nella mezza maratona (dove per un cavillo burocratico ed amministrativo non avremmo gareggiato come società ma come atleti singoli), ma invece tutti senza batter ciglio hanno accettato (chi più chi meno) la sfida lanciata dal direttivo e dal presidente
dimostrando un grande attaccamento alla nostra società ed ai colori dell’Atletica San Nicola.
Degno di cronaca anche l’esempio ricevuto dagli atleti più longevi, (come tesserati alla società e non anagraficamente), che potevano dire la loro opinione o che comunque potevano scegliere di correre la 21km ed invece con umiltà e semplicità si sono schierati a favore dell’iniziativa presa dal direttivo di competere su una distanza diversa di quella inizialmente ipotizzata.
Oggi, a valle di questi pensieri, non mi sognerei neanche per un istante di non indossare la mia canotta in una gara,  competitiva o non competitiva che sia  e come ieri spero di continuare ad indossarla anche in futuro.
La nostra società è ricca di “bandiere” del podismo che da anni indossano questa maglia e la portano con orgoglio alle tante gare in giro per il mondo, siano esse gare provinciali che regionali che nazionali o maratone, trail o  anche gare a tappe.
Questo non vuol essere un monito per chi in passato ha deciso di cambiare società, o per chi avesse intenzione di farlo in futuro. Non ci sono mai state imposizioni di alcun tipo e penso che ognuno debba essere libero di fare le proprie scelte, specie in un ambito come quello nostro, che è fatto di amatori e non di professionisti.
Per quanto mi riguarda spero di “appendere le scarpette al chiodo” il più tardi possibile e gareggiare quanto più lungo mi sarà consentito dal mio fisico e dal mio stato di salute e sempre indosserò la canotta con la scritta ASD atletica San Nicola perché non avrebbe alcun senso indossarne una diversa. Voglio anch’io far parte di quelle “bandiere” del passato perché mi sento orgoglioso di questa società che mi onoro di rappresentare ogni volta che gareggio.
 
 
Antonio Farina
 
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